Era da molti anni che non giocavo a Monopoli. Ricordavo per lo più solo quei particolari che sono entrati a far parte della cultura popolare. Chi non conosce espressioni come “andare in prigione senza passare dal via” o luoghi come “Parco della Vittoria”?
E’ stato un po’ come giocarci per la prima volta, eppure – sarà forse perchè ho perso due volte di fila? – qualcosa non mi ha convinto. Passi il ruolo della prigione, attualissimo, che ti permette di riposarti per tre turni lasciando agli altri furbetti del quartierino l’onere di scannarsi sul tabellone per poi ritrovarti all’uscita più ricco di prima. Anzi, sarebbero da lodare gli ideatori del Monopoli per aver saputo anticipare i tempi, immaginando che nell’Italia del ventunesimo secolo la prigione sarebbe diventata un catalizzatore di fama e successo, un momento di riflessione in cui perdere qualche chilo di troppo e rivedere le proprie strategie, un trampolino di lancio per la carriera dello spettacolo, il giro di boa che trasforma la vita grigia del banchiere nello sfavillante mondo delle serate in discoteca, ambiente che ci ha già regalato soddisfazioni presidenziali. No, non è il ruolo della prigione ma quello della banca a rivelare l’età ormai avanzata del Monopoli: la banca, infatti, garantisce per il giocatore e copre in toto i suoi debiti in caso di default. Inoltre, ripropone all’asta i terreni oggetto del fallimento senza fissare una base d’asta minima. E vogliamo parlare della tassa patrimoniale a quota fissa (sempre 10000 lire indipendentemente dal reddito) o degli interessi sull’ipoteca (10% sempre e comunque, senza relazione con il numero di turni di gioco trascorsi tra accensione ed estinzione)? Pura utopia! Magari le banche di oggi fossero queste – ma lo sono mai state? Oggi le banche prestano soldi ad imprenditori con le pezze al culo e per riprenderli distribuiscono obbligazioni spazzatura della stessa azienda che hanno contribuito ad indebitare vendendole ai loro correntisti. Oggi le banche offrono mutui ad alto rischio che poi vengono cartolarizzati, rivenduti sul mercato e con due o tre passaggi finiscono nei portafogli dei gestori di fondi pensione. Oggi le banche non coprirebbero mai una perdita, non perderebbero mai i soldi di un’ipoteca. Già… Magari le banche fossero quelle del Monopoli.

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